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Nella quieta e intima clausura della comunità monastica dei Santi Quattro Coronati, che sorge su una appartata e silenziosa propaggine del colle del Celio, tra il complesso Lateranense e il Colosseo, si spalanca un capolavoro inestimabile di arte pittorica, ignorato per secoli, riportato incredibilmente alla luce, come nelle più avvincenti fanta-storie di tesori riscoperti, grazie ad un intervento di restauro durato quasi dieci anni, mobilitato con testardaggine e accanita convinzione, da una storica dell'arte, Andreina Draghi, che intuiva la presenza di qualcosa di straordinario sotto una coltre di tempere azzurre e lilla che ricoprivano inesorabilmente le pareti della monumentale aula gotica dell'antico Monastero agostiniano. E quel "qualcosa di straordinario" è un ciclo di affreschi datati a circa il quarto, quinto decennio del XIII secolo, dal tema laico-allegorico - già di per sé inedito in quanto eseguito all'interno di un monastero di clausura - che si dipanano per circa trecento metri quadrati nella parte superiore dell'aula, a impreziosire le due vertiginose campate a crociera.
Un meraviglioso apparato decorativo che già la critica si affretta a definire con un pizzico di orgoglio la "Cappella Sistina del Medioevo", e che sembra riscrivere la storia dell'arte, rivoluzionando convinzioni fin qui storicizzate, rimettendo in gioco il primato duecentesco della scuola fiorentina e la sua massima esemplificazione, almeno stimata fino ad oggi, negli affreschi della basilica di San Francesco ad Assisi. Insomma, individuando un'inedita lezione stilistica tutta romana impartita nientemeno che a Cimabue e al suo più illustre discepolo, Giotto. "La scoperta del ciclo di affreschi ebbe luogo durante i lavori di restauro complessivi che da oltre dieci anni la soprintendenza conduceva nel complesso dei Santi Quattro Coronati", racconta Andreina Draghi. Il Monastero era già uno scrigno di tesori noti, tra la cappella di San Silvestro e quella di Santa Barbara, oltre ai dipinti lungo le navate della chiesa e gli apparati ecclesiastici come il ciborio marmoreo commissionato da Innocenzo VIII Cybo. "I test di descialbo nell'aula gotica, già programmati nel 1989, furono eseguiti nel 1996. E furono giornate memorabili - continua la Draghi - L'ambiente si presentava coperto da una tempera azzurro lilla con finti marmi dipinti nella parte inferiore, per circa 830 metri quadrati di superficie. Nella prima fase di descialbo c'è stata subito la sorpresa: ad ogni tassello corrispondeva uno strato di pittura. E che pittura! Che colori! Qualcosa di inaspettatamente grandioso. Lentamente iniziavano ad affiorare dalla muratura i dipinti che decoravano le pareti dell'aula". Quello che ne è emerso è uno sbalorditivo apparato scenografico, dove la virtuosistica invenzione narrativa si sposa con una esuberante vitalità cromatica. E' un'enciclopedia di soluzioni figurative, che insistono sulle personificazioni allegoriche, ma che attingono a piene mani dall'aneddotica della vita quotidiana, dove spiccano scenette rurali e pastorali di un impressionante realismo, come quelle, tanto per fare un esempio, di animali scuoiati e appesi. La decorazione si snoda orizzontalmente lungo le pareti delle campate, delimitata lateralmente da bordure colme di motivi fitomorfi. Nella campata meridionale il tema guida è rappresentato dalla sequenza calendariale delle allegorie dei dodici "Mesi", base di partenza di un sistema figurativo a salire. Essi, infatti, appaiono sovrastati dai "Vizi" e al di sopra di una trabeazione con mensole di taglio prospettico dove poggia un campionario di volatili, le figure delle "Arti". Quattro "Telamoni" nei pennacchi, mentre le "Stagioni" e i "Venti" sfilano nei costoloni delle volte. Seguono un "Paesaggio marino" nelle vele, i "Segni zodiacali" e le "Costellazioni". Nell'altra campata gli elementi figurativi si infittiscono. Spicca uno stuolo di personificazioni dei "Virtù" e delle "Beatitudini" raffigurate in abiti militari ma non armate, che recano sulle spalle le figure dell'Antico e del Nuovo Testamento e dei Santi distintisi nel loro esercizio, e che calpestano due figure genuflesse evocative dei "vizi", Emerge la figura di Salomone, preceduto dalle figure veterotestamentarie e seguito dai rappresentanti dell'Ecclesia. Il programma iconografico prosegue nel registro superiore con le immagini di"Mitra tauroctono" e di due figure maschili, che ricordano l'immagine delle personificazioni dei Fiumi. Al culto pagano di Mitra si contrappongono le immagini di respiro cristiano, il "Sole" e la "Luna", espressioni di Gesù Cristo e della Chiesa. "E' dunque affrescata una sorta di summa etica che palesa la natura limitata dell'uomo in uno spazio e in un tempo governati dall'ordine divino, la difficoltà del percorso; costellato di conflitti, per giungere alla conoscenza di Dio; la funzione insostituibile della Chiesa nell'indirizzare e governare questo tragitto travagliato e inquieto", scrive Andreina Draghi nell'importante volume che raccoglie tutte le conclusioni scientifiche del restauro e della scoperta degli affreschi dell'Aula gotica del monastero dei Santi Quattro Coronati, pubblicato dalla Dexia Crediop. E sempre nel catalogo, il professor Francesco Gandolfo sottolinea come questo ciclo pittorico trova la sua ragione organizzativa in virtù della presenza di una copertura dell'aula di impianto gotico con volte a crociera, perché "le novità sono venute già dall'architettura che accoglie il ciclo sulle sue pareti", un ambiente che ha restituito un grandioso portale a sesto acuto, realizzato in conci di pietra e travertino, dove le pareti sono scandite da diverse aperture e tre nicchie, aula dove l'illuminazione era assicurata da cinque oculi posti nella parte superiore delle murature e da altre aperture decorate negli intradossi, insomma uno dei rari esempi di architettura gotica a Roma. "Il ritrovamento degli affreschi dei Santi Quattro Coronati colma un gran vuoto - sottolinea ancora il professor Francesco Gandolfo - Gli affreschi si collocano là dove ancora mancava l'anello di congiunzione con il ciclo pittorico della cripta del Duomo di Anagni. Mi riferisco a quella straordinaria equipe di pittori che prima avevano lavorato al sacro Speco di Subiaco, inequivocabilmente nel 1228, e poi ad Anagni, 1231. Il ciclo dei santi Quattro Coronati, dunque, si pone a valle del percorso stilistico che aveva intrecciato le vicende artistiche di Subiaco a quelle di Anagni. Probabilmente gli affreschi del Celio sono stati eseguiti tra il quarto e quinto decennio del XIII secolo e come esito urbano della vicenda pittorica provinciale di Subiaco e Anagni, una vicenda pittorica che si svilupperà poi a Roma con la figura di Pietro Cavallini e sul fronte fiorentino con Giotto. Inoltre, qui c'è di più, c'e tutta un'iconografia di tema laico nonostante sia stato eseguito in un monastero, un repertorio figurativo allegorico nel quale si esalta la virtù, soprattutto la giustizia, tema che tra l'altro trova una coincidenza con la decorazione della Porta di Capua. Si trova qui per la prima volta una summa enciclopedica del tema delle virtù. Il ciclo dunque è proprio una straordinaria esemplificazione dell'uso politico della figurazione artistica. Il ruolo nella storia dell'arte del Duecento che svolge questo ciclo è di assoluto primato. Anzi, dirò di più. Nel 1272 Cimabue era a Roma e avrà sicuramente visitato questo posto e avrà quindi visto questo ciclo. Fatto rilevante, perché, da questa constatazione vanno riletti sotto una luce nuova gli affreschi di Assisi. Il ciclo, poi, è allo stesso tempo profondamente romano. Nel suo stile e nei suoi virtuosismi continua a guardare il mondo antico come ad una fonte, e penso subito all'apparato decorativo del Battistero Lateranense. Roma nel Medioevo è il centro del mondo e il peso dell'antico è inalienabile". "Gran parte dei dipinti ritrovati è riferibile al cosiddetto 'Terzo Maestro di Anagnì - avverte Andreina Draghi - un pittore formidabile per la forza espressiva delle figure, abbinate ad un impasto sapiente dei colori. Il suo è uno stile complesso che lo porta ad un apprezzabile livello di modernità. Ma, allo stesso tempo, il dato più eclatante che emerge dal ciclo è la sua riflessione sulla tradizione classica. Il complesso decorativo appare pertanto databile tra le fine degli anni Trenta e l'inizio dei Quaranta del Duecento, e getta una luce nuova sulla portata innovativa della scuola romana, la cui posizione si allontana decisamente da quella presunta chiusura a correnti moderniste cui il giudizio critico l'ha confinata fino ad oggi ". "La scoperta del ciclo pittorico colloca sotto una diversa luce tutta la questione del primato toscano rispetto alla scuola romana nell'ambito della storia dell'arte duecentesca - ci tiene a sottolineare il Ministro per i beni culturali Francesco Rutelli - Una luce nuova sulla scuola romana che da oggi potrà essere inquadrata attraverso un ruolo determinante". "E' un ritrovamento eccezionale - ha dichiarato la soprintendente Rossella Vodret - che abbiamo già ribattezzato la 'Cappella Sistina del Medioevo'. Ne sono orgogliosa come soprintendente e come romana. Tutto è stato fatto con finanziamenti ministeriali. Molto si deve alla Draghi che fin dal 1989, vedendo quel cielo azzurro sulla volta dell'aula, ha intuito che sotto ci fosse qualcosa. La sua intuizione era giusta e dopo nove anni di lavoro, il restauro è iniziato nel '97, i risultati si possono ammirare. Il ritrovamento pone l'accento sul ruolo della scuola romana del Duecento. La scoperta ne conferma l'importanza strategica e pone un'ipoteca tutta romana sul ciclo di affreschi della Basilica di Assisi". Laura Larcan
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