A differenza di molti altri che ci vengono alla mente, il sottotitolo di questo libro racchiude in sé un preciso significato: l’imperatore medievale e re di Sicilia nel quale tutti, a partire dal XIII secolo, hanno identificato uno stupor mundi, una meraviglia delle genti, fu in realtà un uomo del suo tempo, e non quel despota rinascimentale ante litteram che la tradizione ci ha consegnato. Ne consegue uno schietto rigetto delle opinioni (ad esempio) di Matteo di Parigi nell’Inghilterra di Enrico III - linguacciuto quanto si vuole, ma ben informato per quanto riguarda Federico - o di Jacob Burckhardt nella sua autorevole analisi dei signori del Rinascimento, o di Ernst Kantorowicz nella sua epica biografia dell’imperatore, o ancora di Thomas Curtis van Cleve nella sua lugubre cavalcata attraverso il regno. Al pari di vari suoi colleghi, Federico coltivava interessi scientifici, che seppe e volle approfondire più di altri monarchi del XIII secolo - si distinse nel campo dell’ornitologia. Tuttavia l’abilità nel bird-watching non è dote sufficiente per portare con dignità una corona; le capacità di governo di Federico non vanno sminuite, ma lungi dall’essere un implacabile avversario della Santa Sede, quale di solito è raffigurato, egli fu sincero nei suoi tentativi di compromesso, persino di conciliante arrendevolezza, e per tutta l’esistenza fu genuino assertore del movimento crociato. Ovviamente per alcuni versi si discostò dai suoi vicini in Francia o Spagna: una burocrazia più centralizzata in Sicilia, ancorché non di sua creazione; un sistema di governo alquanto decentrato in Germania. In altri casi egli rimodellò alla forma primitiva ciò che aveva trovato e recitò la parte di un incallito conservatore: infatti era ciò che era e ben poco nelle sue idee può essere considerato davvero innovatore.
Ciò che distingue il suo regno è l’asprezza della lotta tra papa e imperatore, comunque temperata da significativi intervalli d’armonia. E quando s’addivenne alla battaglia, non furono i pontefici ma i comuni lombardi che a lungo combatterono in prima fila. Eppure erano in gioco soprattutto questioni di politica locale e gli episodi di Cortenuova o Parma furono, in un certo senso, intrusioni di Federico in una guerra che sin dalla metà del XII secolo si era andata trascinando tra Milanesi e soci da un lato e Cremonesi e relativi alleati dall’altro - una guerra che papi e imperatori certo reputavano una grossa minaccia alla pace in Europa e speravano di comporre imponendosi come arbitri supremi nelle cose italiane. Grande agitazione suscitò poi a Roma la possibile unione del regnum con il Sacro Romano Impero, sotto Federico e suo padre; ma anche in questo caso non si dovrebbe trascurare la flessibilità dell’imperatore.
La politica di Federico fu, in una parola, dinastica. Come il re di Francia, Luigi IX, o il sovrano d’Aragona, Giacomo il Conquistatore, egli mirava a tramandare intatti ai suoi eredi i territori che aveva ereditato e sottomesso, e come loro doveva decidere se ripartire questi territori tra i figli o passarli in blocco al primogenito. Due fattori ne condizionarono le scelte: la pretesa del pontefice di risolvere la questione a modo suo, cosa che non poteva accettare, e la ribellione del figlio maggiore, Enrico, che fu costretto a congedare dal trono di Germania. Negli ultimi anni accentrò perciò tutte le sue speranze di successione nel secondogenito Corrado; ma in precedenza era stato molto più vicino all’ideale papale della divisione della Sicilia dall’impero.
Parte del fascino che Federico ha sempre esercitato sui posteri risiede nella personalità che per così dire gli è stata cucita addosso: un razionalista, diciamo pure un libero pensatore, un pioniere allevato nel tollerante contesto della Sicilia semi-musulmana, un amico di Ebrei e Saraceni; insomma quel tipo di monarca di cui a esser franchi non esiste traccia nel Medioevo cristiano, neppure in Sicilia o Spagna. Un giudizio di tal fatta esprime la frustrazione degli storici che devono cimentarsi con un periodo improntato a una visione del mondo alquanto remota dalla nostra. Ragionando in termini relativi, bisogna concludere che dimostrò una straordinaria indulgenza, ma non certo secondo i criteri moderni di ugual trattamento dinnanzi alla legge, e nella mentalità corrente, degli individui di ogni fede religiosa; egli offrì manifestazioni di pietà meno evidenti del suo pio collega Luigi di Francia, ma sarebbe ingiusto trascurare i legami che intrecciò con l’ordine cistercense. Le critiche che in qualità di cristiano mosse all’assolutismo papale, che tanta sofferenza gli recò, erano condivise dai contemporanei, incluso il monaco Matteo di Parigi.
Uomo di discreta levatura intellettuale e di ragionevoli qualità politiche, complice una doppia eredità si trovò suo malgrado invischiato in un’interminabile lotta con le rivendicazioni di primato temporale della Chiesa romana; e quando il guanto di sfida venne lanciato, non seppe contrastare con la dovuta energia il primato morale che il papato si attribuiva nell’universo cristiano. Si preoccupò di discolparsi, non di sferrare un colpo decisivo contro l’uomo nel quale ancora vedeva il Vicario di Cristo.
L’idea di una Chiesa dei poveri era certo familiare ai membri della sua corte, ma ricevette incoraggiamenti assai limitati.
Questo libro propone una reinterpretazione di un regno che in realtà è stato decifrato seguendo itinerari logici improbabili. Sarebbe del resto assolutamente illusorio partire dal presupposto che Federico sia stato lineare nell’applicazione dei propri principi; questi si evolsero nel tempo, ma, com’è costume in politica, egli non si peritò di perseguire di volta in volta obiettivi che a un osservatore moderno paiono contraddittori, o quanto meno inconseguenti. Il fatto che abbia tentato di far rivivere l’autocrazia normanna in Sicilia confermando allo stesso tempo il potere dei grandi feudatari (e la mancanza di potere della monarchia) in Germania ha lasciato perplessi gli storici; ammesso che vi fosse un filo conduttore, questo era l’idea che tutti i sudditi dovessero ottenere i loro diritti consacrati dal tempo. Troppo si è parlato della nomina di un giustiziere in Germania o di un vicario generale nell’Italia settentrionale - puro e semplice conservatorismo, non precoce dispotismo illuminato. Comunque Federico più di una volta si ritrovò nei pasticci quando ebbe a che fare con conflitti di autorità nell’ambito dei suoi molti regni: si ricordi la visita a Cipro e in Terra Santa.
D’altra parte non ci sembra il caso che gli storici si affannino tanto a risolvere simili incongruenze. Federico non fu un genio politico o un visionario e gli sforzi dei suoi consiglieri, Pier delle Vigne in particolare, di formulare una teoria della regalità ragionevolmente coerente diedero pochi risultati concreti, e per giunta limitati all’Italia meridionale. Né si dovrebbe confondere l’enunciato di un programma di governo con la sua esecuzione; la Porta di Capua, gli augustali e l’introduzione al corpo di leggi del 1231 non tradussero l’assolutismo romano in realtà più di quanto i manifesti politici del XX secolo non trabocchino di promesse irrealizzate e sovente utopiche.
Federico visse come un principe orientale meno di quanto ci si voglia far credere, anche se non è difficile supporre che la sua corte folta di danzatrici e suonatori di tromba musulmani suscitasse impressioni stravaganti nei visitatori provenienti dal Nord. Ma il patronato culturale dell’imperatore fu soltanto una pallida ombra di quello dei suoi progenitori normanni, in parte a causa della guerra, che ne stornò attenzione e risorse verso la Lombardia, e in parte per effetto del progressivo disimpegno della Sicilia dal mondo musulmano, culminante nell’espulsione dei Saraceni dall’isola e nella rifondazione di Lucera come città-presidio islamica in Puglia. Con il XIII secolo la coesistenza di cristiani, musulmani ed ebrei, impegnati in comuni imprese culturali come le opere di traduzione, divenne un elemento peculiare della corte castigliana anziché di quella siciliana. Il regno di Federico II segna la fine, non la rinascita, della convivencia nel suo regno meridionale.
L’interesse della parabola di Federico sta nei suoi avversati non meno che in lui stesso, nei pontefici che si mostrarono più determinati a distruggere la sua potenza di quanto egli fu mai ad abbatterne la loro. Una tragedia a tutti gli effetti, di un uomo costretto dai suoi denigratori ad agire in propria difesa, disilluso sul piano degli ideali, vittima di una duplice eredità dinastica. Eppure tra i suoi ideali più alti vi fu la conservazione di quell’eredità, non soltanto per accrescere il proprio potere ma per trasferire integri a chi era destinato a succedergli i titoli, le terre e i privilegi di cui Dio stesso lo aveva investito. Non fu un siciliano, né un romano, né un tedesco, né un mélange di teutonico e latino, ancor meno un quasi-musulmano: fu un Hohenstaufen e un Altavilla.
[tratto da:
David Abulafia,
Federico II – Un imperatore medievale , Einaudi, Torino, 1993
Conclusione - pagg. 364-367
© Einaudi - Citazione ai sensi dell'art.70 della Legge 22 aprile 1941 n. 633]