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Le caratteristiche fondamentali del feudalesimo europeo - Marc Bloch PDF Stampa E-mail
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Scritto da admin   
Lunedì 24 Marzo 2008 19:46
La cosa più semplice sarebbe, senza dubbio, cominciare col dire che tale società non esisteva. Sebbene gli obblighi nati dalla parentela vi fos­sero concepiti come assai vigorosi, essa non si fondava tutt’intera sul lignaggio. Più precisamente, i vincoli propriamente feudali avevano ra­gione d’essere solo perché quelli del sangue non erano sufficienti. D’al­tra parte, nonostante la persistenza della nozione di un’autorità pub­blica, sovrapposta alla folla dei piccoli poteri, il feudalesimo coincise con un profondo indebolimento dello Stato, specialmente nella sua fun­zione protettrice. Ma la società feudale non era soltanto diversa sia da una società fondata sulle parentele sia da una società dominata dalla forza dello Stato: era nata dopo società costituite in quel modo e ne serbava l’impronta. I rapporti di dipendenza personale che la caratte­rizzavano serbavano qualcosa di quella parentela artificiale ch’era stato, per molti aspetti, il primitivo cameratismo (compagnonnage); e, tra i diritti di comando esercitati da tanti piccoli capi, una gran parte figu­ravano quali spoglie strappate a potenze regali.
Il feudalesimo europeo appare dunque il risultato della brutale dis­soluzione di società più antiche. Sarebbe, infatti, inintelligibile senza il grande sconvolgimento delle invasioni germaniche, che, forzando a fon­dersi insieme due società situate originariamente a stadi differenti del­l’evoluzione, frantumò i quadri di entrambe e fece tornare alla super­ficie tante maniere di pensare e abitudini sociali d’un carattere singolar­mente primitivo. Esso si costituì in modo definitivo nell’atmosfera delle ultime aggressioni barbariche. Presupponeva un profondo rallentamento della vita di relazione, una circolazione monetaria troppo atrofizzata per permettere una burocrazia stipendiata, una mentalità attaccata al sensi­bile e al prossimo. Quando tali condizioni cominciarono a cambiare, l’èra del feudalesimo volse verso il suo declino.
La società feudale fu una società diseguale, piuttosto che gerarchizzata; di capi, più che di nobili; di servi, non di schiavi. Se la schiavitù non vi avesse esercitato un’azione così debole, le forme di dipendenza autenticamente feudali, nella loro applicazione alle classi inferiori, non ci sarebbero state. Nel disordine generale, la parte dell’avventuriero era troppo grande, la memoria degli uomini troppo corta, la regolarità del­l’ordinamento sociale troppo male assicurata per permettere la rigorosa costituzione di caste regolari.
Pure, il regime feudale presupponeva la rigida soggezione economica di una gran moltitudine di umili ad alcuni potenti. Avendo ereditato dalle età antecedenti la villa già signorile del mondo romano e la chefferie del villaggio germanico, esso estese e consolidò queste forme di sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo; e, congiungendo in inestri­cabile unità il diritto al reddito del suolo col diritto al comando, ne fece veramente la signoria, a profitto di un’oligarchia di prelati o di monaci, incaricati di render propizio il ciclo, e a profitto, soprattutto, di un’oli­garchia di guerrieri.
Che, infatti, tra le caratteristiche distintive delle società feudali ci sia la quasi coincidenza tra la classe dei capi e una classe di guerrieri di professione - i quali servivano nella sola maniera che sembrasse allora efficace, cioè come cavalieri armati alla pesante - il più rapido degli esa­mi comparativi basta a mostrarlo. Lo abbiamo visto: le società dove so­pravvisse un contadiname armato o ignorarono l’organizzazione vassalla­tica, al pari di quella della signoria, o ne conobbero soltanto forme assai imperfette: così accadde, ad esempio, nella Scandinavia o nei regni del gruppo asturiano-leonese. Il caso dell’Impero bizantino è forse ancor più significativo, perché le istituzioni vi portarono l’impronta d’un pen­siero direttivo molto più cosciente. Là, dopo la reazione antiaristocratica del secolo VII, un governo, il quale aveva conservato le grandi tra­dizioni amministrative dell’epoca romana e che era, inoltre, preoccupato dal bisogno di crearsi un solido esercito, creò tenures gravate, nei con­fronti dello Stato, da obblighi militari: veri e propri feudi, in un certo senso, ma, diversamente che in Occidente, feudi di contadini, costituiti ciascuno da una modesta gestione rurale. I sovrani, da quel momento, non ebbero cura più preziosa di quella di proteggere quei « beni di sol­dati », al pari d’altronde che i piccoli proprietari in generale, contro l’ac­caparramento da parte dei ricchi e dei potenti. Tuttavia, verso la fine del secolo XI, venne il momento in cui l’Impero, sopraffatto dalle condi­zioni economiche che rendevano sempre più difficile a contadini indebi­tati il salvare la loro autonomia, indebolito altresì da interni contrasti, cessò di esercitare sui liberi campagnoli qualsiasi utile protezione. Non vi perdette soltanto preziosi cespiti fiscali; cadde, contemporaneamente, nelle mani dei magnati, soli capaci, da quel momento, di levare, tra i loro dipendenti, le truppe necessarie.
Nella società feudale, il legame umano caratteristico fu quello del subordinato a un capo prossimo. Di anello in anello, i nodi così formati congiungevano, come per mezzo d’altrettante catene indefinitamente ra­mificate, i più piccoli ai più grandi. La stessa terra sembrava una ric­chezza così preziosa soltanto perché permetteva di procurarsi « uomini », ricompensandoli. Vogliamo terre, dicevano, in sostanza, i signori nor­manni, i quali ricusavano i donativi di gioielli, di armi, di cavalli offerti dal loro duca. E aggiungevano tra loro: « Così ci sarà possibile mante­nere numerosi cavalieri, mentre il duca non potrà più farlo ».
Restava da creare una modalità di diritti fondiari appropriata alla ricompensa dei servizi e la cui durata si modellasse su quella stessa della devozione. Dalla soluzione che seppe dare a questo problema, la feuda­lità occidentale trasse una delle sue più originali caratteristiche. Mentre la gente di servizio raggruppata intorno al principe slavo continuava a ricevere da lui i suoi domini in puro dono, il vassallo franco, dopo alcune incertezze, si vide concedere soltanto feudi, in via di principio vitalizi. Giacché nelle classi più elevate, distinte dall’onorevole mestiere delle armi, le relazioni di dipendenza avevano avuto, sin dai primordi, la for­ma di contratti liberamente stipulati tra due uomini, posti l’uno di fronte all’altro. Dalla necessità di questo contatto personale, esse tras­sero sempre il meglio del loro valore morale. Tuttavia, vari elementi in­tervennero di buon’ora ad appannare la purezza dell’obbligazione: l’e­reditarietà, naturale in una società in cui la famiglia conservava una salda struttura; la usanza dell’« accasamento », che, imposta dalle con­dizioni economiche, conduceva a gravare più la terra di servizi che l’uo­mo di fedeltà; infine e soprattutto, la pluralità degli omaggi. La lealtà dell’accommendato rimaneva, in molti casi, una grande forza; ma - co­me cemento sociale per eccellenza, chiamato a unire, dall’alto in basso, i vari gruppi, a prevenire il frazionamento e a frenare il disordine - essa si dimostrò decisamente inefficace.
A dir vero, nell’immensa importanza attribuita a quei legami c’era stato, sin dall’inizio, qualcosa di artificiale. La loro generalizzazione fu, nell’età feudale, il retaggio d’uno Stato moribondo - quello dei Caro­lingi - il quale aveva immaginato di contrapporre allo sgretolamento sociale una delle istituzioni nate da tale sgretolamento. Per sé, la gerar­chia delle dipendenze non era certo incapace di favorire la coesione dello Stato: basti pensare alla monarchia anglo-normanna. Ma occorreva una autorità centrale assecondata, come in Inghilterra, più che dalla sola conquista, dalla coincidenza, con questa, di condizioni morali e materiali nuove. Nel secolo IX, la tendenza verso la disgregazione era troppo forte.
Nell’area della civiltà occidentale, la carta del feudalesimo presenta larghi vuoti: penisola scandinava, Frisia, Irlanda. Forse, è ancor più importante rilevare che l’Europa feudale non fu tutta tale nel medesimo grado né con lo stesso ritmo e, soprattutto, che in nessun luogo fu com­pletamente tale. In nessun paese, la popolazione rurale cadde totalmente nei vincoli di una dipendenza personale ed ereditaria. Quasi dovunque, se pur in numero estremamente variabile a seconda delle regioni, so­pravvissero allodi, grandi o piccoli. Il concetto dello Stato non scom­parve mai in maniera assoluta e, dove conservò maggior forza, degli uo­mini continuarono a chiamarsi « liberi », nel senso antico della parola, perché dipendevano solamente dal capo del popolo o dai suoi rappre­sentanti. Gruppi di contadini guerrieri sopravvissero in Normandia, nel­l’Inghilterra danese, in Ispagna. Il giuramento comune, antitetico al giu­ramento di subordinazione, visse nelle istituzioni di pace e trionfò nei Comuni. Senza dubbio, è nel destino di qualsiasi sistema d’istituzioni umane di non realizzarsi che assai imperfettamente. Nell’economia eu­ropea dell’inizio del secolo XX, posta incontestabilmente sotto il segno del capitalismo, più di un’impresa non continuava forse a sfuggire a questo schema?
Tra la Loira e il Reno e nella Borgogna delle due rive della Saône, uno spazio densamente ombreggiato, che, nel secolo XI, le conquiste nor­manne allargarono bruscamente verso l’Inghilterra e l’Italia meridio­nale; tutt’intorno a questo nucleo centrale, dei colori quasi regolarmente degradanti sino a farsi - in Sassonia e, soprattutto, nel León e in Castiglia - estremamente radi: così, all’incirca, si presenta la carta feudale che dianzi cominciavamo a immaginare. Nella zona più nettamente segnata non è difficile riconoscere le contrade dove l’influsso della regola­rizzazione carolingia era stato più profondo, dove altresì la mescolanza, maggiore che altrove, degli elementi romanizzati e di quelli germanici aveva, non v’è dubbio, più completamente sconvolto l’ossatura delle due società e permesso lo sviluppo di germi singolarmente antichi di signoria terriera e di dipendenza personale.

[tratto da:
Marc Bloch, La società feudale , Einaudi, Torino, 1997
paragrafo III 1.2.2 - pagg. 493-496
© Einaudi - Citazione ai sensi dell'art.70 della Legge 22 aprile 1941 n. 633]